DO 29/07/2018 Ore 21:15 Biglietti non più disponibili
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Dove: Teatro Carlo Felice
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Il barbiere di Siviglia

Invenzioni musicali che attraversa per intero la partitura hanno sempre messo d’accordo tutti, anche gli ascoltatori meno “rossiniani”.

LA LOCANDINA

Gioachino Rossini

– Direttore, Daniel Smith*
– Regia, Vivien Hewitt
– Scene e costumi, Teatro Carlo Felice
-Assistente alla regia, Federico Vazzola
-Assistente ai costumi, Elena Pirino
-Assistente alle luci, Angelo Pittaluga
– Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
– Maestro del Coro Franco Sebastiani

Personaggi e interpreti:
Il Conte d’Almaviva, Blagoj Nacoski
Don Bartolo, Claudio Ottino
Rosina, Elena Belfiore
Figaro, Sergio Bologna
Don Basilio, Giovanni Battista Parodi
Berta, Marta Calcaterra
Fiorello/Un ufficiale, Giuseppe De Luca

* Direttore principale ospite del Teatro Carlo Felice
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Hegel scriveva nel 1824: “Ho sentito il Barbiere di Rossini per la seconda volta. Bisogna dire che il mio gusto deve essersi molto depravato, perché trovo questo Figaro molto più attraente di quello di Mozart.” Non ci potrebbe essere testimonianza più significativa sulla capacità del capolavoro rossiniano di arrivare a tutti, compreso uno dei filosofi più seri di tutti i tempi.

L’irresistibilità dell’intreccio, tratto dalla fortunata commedia di Beaumarchais del 1775, e il fiume inesauribile di invenzioni musicali che attraversa per intero la partitura hanno sempre messo d’accordo tutti, anche gli ascoltatori meno “rossiniani”. Eppure, a ben guardare, non si tratta di un’opera così semplice. A proposito della celeberrima cavatina di Figaro, “Largo al factotum”, per esempio, il critico Fedele D’Amico ha scritto che si tratta di un “pezzo senza precedenti nella storia dell’opera, sia per la violenza ritmica e timbrica (l’orchestra vi sostiene una parte di grande rilievo), sia per la complessità della costruzione.”

Il fatto è che il comico di Rossini era un comico del tutto nuovo, basato su intuizioni precedenti dell’opera buffa, sì, ma portate così alle estreme conseguenze da suonare inaudite e dirompenti. Il vecchio personaggio settecentesco dell’intrallazzone libertino, Figaro appunto, con Rossini (e il librettista Cesare Sterbini) diventa un uragano che travolge tutto ciò che c’è in scena; nessun Dottore tardone e gabbato dell’opera buffa era mai stato così tardone e gabbato come il Don Bartolo del Barbiere; nessuna aria non drammatica aveva mai raggiunto un’apoteosi drammatica (anche se per finta) come il “colpo di cannone” dell’aria della “Calunnia” di Don Basilio, lezione magistrale di “crescendo rossiniano”; e nessuno dei finali d’atto mozartiani, meravigliosi, si era mai spinto talmente oltre la ragionevolezza da arrivare alla vera e propria follia musicale e linguistica del “Mi par d’essere con la testa in un’orrida fucina” che chiude il primo dei due atti.

La regia che Vivien Hewitt ha pensato per questa edizione, si inserisce in quella tradizione che da sempre valorizza il divertimento e l’audacia di una delle opere più comiche – musicalmente e teatralmente –  di tutti i tempi.

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